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Ritratto di signore n.1

D’improvviso mi sentii trascinato all’esterno o forse all’interno di non so dire quale posto.

Sapevo da dove venivo, ma non sapevo ora dove mi trovassi.

Ero stato sbalzato fuori o risucchiato dentro, ripeto, e non avevo idea di quello che mi era, mi stava e mi sarebbe successo.

Provavo dolore: l’impatto col pavimento era stato traumatico. Anche se le mani avevano parato gran parte del colpo, la scarsa forza delle mie braccia si era arresa sotto il peso raddoppiato del mio corpo.

Mi tenevo la spalla destra con una mano, forse si era lussata.

Non appena avessi capito dove mi trovavo, avrei chiesto a qualcuno di portarmi al più vicino ospedale.

La mia esperienza mi ha insegnato a non trascurare, anche apparenti sciocchezze, che comunque possono rivelarsi sintomo di qualcosa di ben più grave.

Fortunatamente ero in anticipo di mezz’ora.

Fui distolto dai miei pensieri dal ripetersi di un rumore di passi costante. Quindi non ero solo in quel luogo.

C’erano persone fortunatamente e avrei chiesto loro aiuto.

Mi stavano guardando incuriositi; non li biasimavo: ero piombato lì inaspettatamente, urlando.

Ammetto che non mi ero saputo dominare molto, adesso però dovevo essere lucido: in cinque minuti, questo inconveniente doveva essere risolto. Un minuto in più e Caterina mi avrebbe tenuto il broncio per tutta la sera.

Ad un tratto mi ritrovai una di queste persone alle spalle, mi squadrò da sopra a sotto e si ritrasse.

Un altro si avvicinò strisciando per guardarmi di sottecchi. Così anche altri, come se fossero in presenza di una bestia rara.

Mi accorgevo solo adesso che non dovevano essere tanto normali: mi circondavano muovendosi in modo disarmonico e mi fissavano in un modo insistente, studiando ogni mio movimento, soprattutto non mi parlavano.

Stavo iniziando ad innervosirmi, anzi ero già nervoso da un pezzo. Tutta questa situazione non aveva senso, eppure ero sveglio, ne ero purtroppo certo.

Bene non mi sarei perso d’animo. Non era la prima volta che incontravo difficoltà: avevo sempre tenuto testa alla vita, qualunque brutto scherzo mi avesse riservato e questo, in fondo, non era peggio di altri.

Avrei preso io per primo la parola.

Se era solo questo il problema!

Del resto non tutti possiedono una certa presenza di spirito!

Dovevo però trovare un interlocutore adatto.

Pensai di rivolgermi ad un uomo che mi dava l’idea di un tipo sveglio:

“Scusi, vorrei sapere…”

Non riuscii a terminare la frase.

Quel troglodita mi aveva spinto in modo da farmi cadere di nuovo.

Ero furioso, ma dovevo mantenere la calma, altrimenti altro che cinque minuti.

Mi avvicinai, questa volta, ad una ragazza e con mia somma meraviglia non mi andò meglio.

Fui così sballottolato da una persona ad un’altra.

Ansimavo.

Sicuramente si trattava di un popolo inferiore; parlavano in modo disarticolato e anche i movimenti erano goffi.

Forse era meglio rivolgersi loro scandendo bene le parole.

Ecco che uno di loro si avvicinava sorridendomi in modo benigno e porgendomi la mano.

Devo ammettere che avevo un po’ di timore. Possedeva una corporatura solida e apparteneva ad un popolo violento!

“C O M E  T I  C H I A M I?” urlai.

“Michi,” disse.

Bene! Eravamo a cavallo: si chiamava Michi e soprattutto mi capiva.

“D O V E  S I A M O?” insistetti.

“Mico,” rispose.

Che significa Mico?

Gli feci altre domande, ma la risposta fu sempre la stessa:

“Michi. Michi.”

Era un incubo! Uno di quei tetri incubi in cui una voce ossessiva rimbomba nel vuoto sconsolante della tua paura.

Ad un tratto il tipo che mi era accanto, con la mano ancora tesa, ruppe in una sonora risata scomposta, strappandomi dalla mia angoscia.

Sentivo una vena pulsare in testa e il cuore sbattere contro il petto.

Anche gli altri ridevano adesso.

Erano nemici e si divertivano ad offendermi per il gusto di farlo.

Dovevo farmeli amici e sopportare un po’ le loro prepotenze: potevano essermi utili per tornare a casa.

Adesso avevano preso a ballare e cantare, forse rappresentava una forma di comunicazione.

C’era un certo ritmo in quella danza e con un po’ di sforzo avrei potuto imitarli.

Tentai. Beh! I movimenti non erano identici, ma con un po’ di allenamento…

Si stava avvicinando il momento in cui tutti avrebbero urlato.

Ecco:

“A H!”

Dannazione mi ero sbagliato.

Provai ancora e ancora.

Maledizione, non riuscivo proprio a tenere il tempo. Mi sentivo ridicolo ed ero sicuramente tale ai loro occhi.

Comunque mostravano di sopportarmi. Infatti credo iniziassero a rassegnarsi alla mia presenza.

Il ballo cessò e si fece silenzio.

Come accidenti era che finivo sempre al centro?!

Mi osservavano di nuovo.

Una di loro prese la parola e con veemenza, quasi rabbia, iniziò, credo, a spiegarmi che dovevo capire.

Avrebbe potuto essere più gentile!

Urlava qualcosa che forse voleva dire che al di fuori di quel gruppo nessuno mi avrebbe teso una mano, come faceva lei ora.

Penso che avesse ragione. Anche se non aveva perso il suo tono aggressivo, comunque mi stava aiutando e non tutti lo avrebbero fatto al suo posto.

Non potevo, nella mia situazione, guardare il pelo nell’uovo, e poi era bene che mi trattasse così, per abituarmi a ciò che avrei trovato fuori.

Aveva ragione, ma come fargli capire che capivo? Come risponderle in modo esatto?

Non riuscii ad aprire bocca e lei stanca si allontanò.

La paura di sbagliare mi aveva fatto perdere una grande occasione.

Però non era detta l’ultima: una ragazza robusta dai capelli lunghi e castani si avvicinò piano piano.

Lei non parlava. Desiderava il mio aiuto per stendersi. Voleva insegnarmi qualcosa!

Questa volta sarei stato pronto.

Iniziò a rotolare; rotolai anch’io.

Bene! Non era difficile.

Chiese, sempre a gesti, di sollevarla. Mi avrebbe fatto fare un movimento più complicato, visto che a rotolare ero bravo.

Invece no.

Mi girò le spalle e si allontanò allo stesso modo in cui si era avvicinata.

Forse avevo messo male le braccia o mi ero girato troppo in fretta.

Non so, ma doveva essere stato senz’altro qualcosa di importante.

Anche lei desiderava aiutarmi e l’avevo delusa.

Tutti ora mi guardavano con disapprovazione. Per loro ero un caso perso.

Non mi conoscevano, impegnandomi sarei migliorato, ma mi occorreva il loro aiuto, senza non ci sarei mai riuscito.

Decisi così di supplicare in ginocchio. In fondo erano buoni, potevano comprendere i miei limiti, facendo finta di niente.

Se uno di loro, in quel momento, mi avesse teso una mano credo sarei scoppiato in lacrime.

Invece risero e sghignazzarono.

Non avrebbero dovuto farlo, solo per un attimo mi ero perso d’animo.

Cercavo unicamente un po’ d’aiuto e comprensione. Proprio  quel conforto che adesso loro si scambiavano con carezze e abbracci.

Prima uno e poi altri cercarono di accarezzarmi.

Rifiutai.

Non era della loro pietà che avevo bisogno!

Potevo cavarmela benissimo da solo. Non erano poi tanto migliori di me.

Ecco ora si accorgevano di avermi offeso e volevano rimediare.

Quello che per prima mi aveva deriso, ora voleva insegnarmi a muovermi nel loro strano modo. Insisteva!

Penso che volesse proprio farmi capire che aveva cambiato idea nei miei confronti. Forse avrei potuto perdonarlo. Del resto è inutile impuntarsi sulle proprie posizioni.

Bene! Per questa volta l’avrei assecondato.

Mi mossi al suo stesso modo.

Sbagliai! Questa volta però non mi riprese. Continuò ed anch’io feci lo stesso. Stavo migliorando e anche gli altri penso che se ne stessero accorgendo perché si avvicinarono uno dopo l’altro, chi per farmi capire come si doveva muovere un piede, chi per mostrarmi come mettere la mano e così via.

Con docilità accettai ogni consiglio, mi impegnai perché non potevo deluderli, ora che si interessavano a me.

La mia illusione crollò ben presto. Tutto si era rivelato inutile e la mia incapacità era ora palese. Volevo scomparire. Mi feci piccolo, piccolo, rannicchiandomi su me stesso, mentre loro tenevano una riunione sicuramente su di me.

Credo che fossi diventato, mio malgrado, un problema sociale.

Mi sentivo impotente; stanco. Aspettavo rassegnato il momento dell’espulsione dal gruppo.

Invece, prendendo la parola la ragazza che prima aveva cercato di parlarmi, mi fece capire che ogni problema era risolto.

Ripeté più volte un gesto indiscutibilmente chiaro.

Capii.

Mi avrebbero spezzato le gambe.

Sarei diventato finalmente uno di loro.

Ero felice. Non mi sarei dovuto preoccupare più di nulla.

Carmen Rucci

Metà Pugliese e metà Siciliana. Scrittrice, avvocato, critico televisivo per NHK World e soprattutto autrice di Tutto In Un Anno, romanzo contemporaneo e divertente ambientato sulla magica Isola di Man.

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