BEGIN TYPING YOUR SEARCH ABOVE AND PRESS RETURN TO SEARCH. PRESS ESC TO CANCEL

Il Sogno della Battaglia

di Carmen Rucci

Prima parte

Dame e cavalieri. Cavalli e carrozze.

Un corteo riemerge dal passato a popolare una notte insonne di maggio e di una giovane e inesperta studiosa… Carmen.
Reggimenti schierati, stendardi inalberati, tamburi che suonano in concerto con ogni tipo di strumento a fiato. E’ un corteo di festa che lei conosce bene, anche se non può credere ai suoi occhi.
Forse, ha cercato troppo la verità sui libri, dimenticando il suo tempo… il nuovo millennio modernissimo e ignorante.
E’ troppo! Bisogna svegliarsi!
Eppure tutto sembra così reale: il corteo annuncia il pericolo scampato del sacco a fuoco e sangue, della distruzione del paese che si è dimenticato.
L’inesperta studiosa vuole svegliarsi, anche se al suo risveglio l’aspetta il sonno di molti.
Ma ecco che un uomo, staccatosi dal corteo, si avvicina a Carmen per rassicurarla…

Abate – Su, su. Quante storie. E noi che abbiamo visto terrore e morte cosa dovrem fare?
Son tempi duri i vostri. Vi credo. Ma ditemi quando mai ci sono stati tempi belli e puri e perfetti?
Venite maldestra dama, perché permettetemi di dire che maldestra siete almeno quanto dama. Accostatevi, che son di carne, e io vi narrerò di fatti incredibili tanto atroci e miserevoli che più volte mi chiederete d’arrestarmi.
Io sono Giovan Battista Dello Iacono, Abate!
Bitonto era lungi da strepiti di guerra da più di due secoli; Marte era esiliato e si tributavano omaggi a Cerere…
Carmen – Abate, con me dovrà parlare chiaro, senza allegorie e arrivare dritto al punto.
Abate – E così farò. Ma in cambio voi mi mostrerete il vostro tempo…
Carmen – Affrettiamoci allora e mi dica tutto. È già tardi…

*****
Fine Introduzione

*****

Carmen – Ascoltate. Ascoltate bitontini con orecchie pazienti, della battaglia che ci ha dato finalmente un re nostro e un’antica corona ad un giovane di soli 17 anni.
Abate – Ascoltate dalla bocca di chi ha visto. Io son Giovan Battista Dello Iacono. Abate!
Bitonto era lontana dalla ferocia della guerra da più di due secoli, quando una lettera di una madre a suo figlio cambiò le sorti del nostro paese.
Carmen – Ho qui quella lettera. E’ della regina Elisabetta Farnese, moglie del re di Spagna a suo figlio Carlo, datata 1734, in cui lo esorta a riconquistare Napoli e la Sicilia, dopo 27 anni di dominio austriaco, dicendogli: “Va e vinci, e la bella corona delle due Sicilie sarà tua”.
Così Carlo, già principe di Parma e Piacenza ed erede dei Medici in Toscana, unì il suo esercito ai 40.000 uomini inviati da suo padre Filippo V, sotto il comando di Giuseppe Carrillo, signore di Montemar!
Intanto, i napoletani, approfittando dell’allontanamento dei soldati austriaci da Napoli, cacciato il Viceré d’Austria, acclamarono un sovrano proprio. Un gran dono questo, dopo più di 230 anni di orgogliosi e impotenti delegati…
Ma i castelli mantennero devozione all’Imperatore austriaco! Mentre il Viceré, coi suoi ministri, fuggiva a Bari.
Abate – E il 22 maggio 1734 capitarono nella nostra città cinquecento cavalieri tedeschi e avemmo notizia che in gran numero calavano gli spagnoli dalle vicine Ruvo e Terlizzi.
Quale bisbiglio! Quale tumulto! Quale confusione nacque tra noi bitontini!
Carmen – La guerra inattesa e non invitata bussava alle porte della nostra città fortificata e ricca.
Abate – Il giorno appresso, infatti, domenica tormentosa, già ricevetti ordine dal Provveditore generale delle truppe imperiali di macellare senza indugio tutte le mie vacche serrate alle Mattine, perché servissero a sfamare le truppe tedesche.
Carmen – Tutte le sue vacche! Posso immaginare il suo dispiacere… generoso Abate.
La guerra chiedeva già le prime vite, ma pericoli più grandi attendevano questa città e i suoi abitanti.
Abate – Sì… E lasciando il palazzo del sindaco, signor Camillo Regna, dov’era di quartiere il vile Provveditore, mi raccomandai all’angelo mio custode, non tanto per la perdita delle mie vacche, quanto per terrore d’essere ammazzato come spia dalle sentinelle che, quella notte tremenda, erano appostate ad ogni capostrada!…
E per ben dieci volte guardie armate di schioppo e baionetta in punta di esso fermarono me e il mio povero villano: alla chiesa della Misericordia; alla Piazza della Cattedrale; alla strada dei Mercanti e avanti la chiesa del Purgatorio… sino a che non ritornai presso la Porta Baresana cercando udienza dai signori Comandanti, al riparo del fosso dei fabbri, fuori la porta.
Mandato il mio villano ad eseguire il triste ordine, mi sorpresi a tutta quella vista…
Carmen – Dal convento di San Francesco di Paola, fino a mezza strada dei Cappuccini e di San Leone, sembrava un teatro. Tutta la Cavalleria era in ordine: compagnie rondavano sotto alle muraglie! Chi a briglia sciolta veniva a conferire con gli ufficiali! Chi si lanciava per una contrada…
Il fiore della nobiltà europea scalpitava!
Abate – Già al far del giorno di lunedì 24 maggio, noi paesani, tutti arroccati, chi sopra i tetti e chi sulle muraglie, vedemmo comparire, con sommo stupore e ammirazione per la maestà e leggiadria dei cavalli, due grossi squadroni di cavalleria spagnola…
S’arrestarono sulla via di Ruvo o via Appia.
Due volte gli spagnoli fecero per ritirarsi, cercando di attirare i tedeschi nel bosco, detto Vico di Bitonto, dove, poi sapemmo, s’era appostato il grosso dell’esercito con due cannoni
Carmen – A quella vista la cavalleria tedesca, uscita subito dalla città, si sistemò in forma triangolare, di faccia al nemico. Nel mentre giunsero da Bari il resto della cavalleria e tutta la fanteria, guidate dal Comandante Generale Principe di Belmonte… E così stettero fortificati e al riparo delle fabbriche rurali, causando terrore alla sola vista.

Fine prima parte

*****

Inizio seconda parte

Carmen – Ascoltate. Ascoltate bitontini con orecchie pazienti, della battaglia che ci ha dato finalmente un re nostro e un’antica corona ad un giovane di soli 17 anni.
Abate – Ascoltate dalla bocca di chi ha visto. Io son Giovan Battista Dello Iacono. Abate!
Carmen -La vera battaglia iniziò alle otto del 25 maggio 1734…
I tedeschi si erano ben fortificati, con trincee e ripari, dal convento della Chinisa fino al monastero di San Leone, dove si era organizzato un campo per i feriti.
Gli spagnoli li fronteggiavano a mezza luna, allestendo un ospedale con chirurghi nella chiesa detta di Sant’Aneta, dove s’iniziarono a sentire molti colpi di fucile. Sempre lì, spagnoli abbatterono tanti ulivi per asciugarsi da una grossa pioggia con lampi spaventosi e tuoni strepitosi, che tutta la notte aveva costretto i soldati dell’uno e dell’altro esercito a riparare ciascuno il fucile armato sotto la giamberga e ad abbandonar poi le scarpe nel fango, per proseguire scalzi fra i sassi taglienti… stanchi e infreddoliti.
Sant’Aneta, il rifugio di quei poveri ragazzi è oggi scomparsa. E per loro il peggio doveva ancora venire. Come potevano, in quelle condizioni, affrontare una battaglia?
Abate – Mi fu poi detto dagli spagnoli che il Generale Comandante Signor di Montemar diede da bere alla soldatesca gran quantità di vino mescolato… o meglio alterato con acquavite. Lo stesso Montemar fece disporre i due cannoni presso la Lamia di Spoto e da quel luogo eminente osservò il nemico e guidò i suoi per tutta la giornata…
Di tutto ciò io ne volli esser spettatore, essendomene andato prima dell’alba sul campanile della Cattedrale dove restai finché si diede fine alla battaglia.
Carmen – Intanto, continuamente bersagliato e molto danneggiato, nella facciata e nell’altare, da uno dei due cannoni spagnoli, il convento della Chinisa, da dove incessantemente facevano fuoco assordante 750 tedeschi, sembrava la reggia di Marte, perché vomitava fuoco da sopra la loggia, dai finestroni e dal campanile.
Tanti furono i cadaveri trovati negli orti della via di Ruvo i giorni successivi. Costernato da tanta strage, il Generale Montemar ordinò la ritirata, ma fu subito dissuaso dal principe Caracciolo.
Così continuarono ad avanzare gli spagnoli a petto scoperto e a colpi di baionette e i tedeschi ad indietreggiare dai parieti e a falciare spagnoli. Scene tanto belle a immaginarsi quanto orribili a vedersi.
Ma diteci, caro Abate, i cannoni causarono molta strage?
Abate – Molta strage in verità… e un fatto memorabile quanto funesto. Stava il Marchese Croce, tenente colonnello tedesco, a cavallo davanti alla cappella della Madonna della Pietà alla via di Giovinazzo, dove ora sorge un poderoso obelisco. Passò di là un villano con alcuni buoi e si fermò presso la cisterna di detta cappelluccia. Ma, mentre anche il cavallo del povero signore si abbeverava e il marchese avvertiva il villano di allontanarsi subito, per non venir colpito da qualche archibugiata, egli stesso fu colpito da una palla di cannone, che gli portò via la testa dal busto.
Il villano alzò gli occhi e alla vista del disgraziato signore a cavallo senza testa, quasi nell’atto ancora di parlare, ma che subito cadde da cavallo, potete immaginare come restò!
Dopo il primo spavento si diede subito animo e, preso il cavallo, lo portò via coi buoi.
Il cranio fu poi ritrovato in un orto vicino la porta Baresana con ancora dentro la palla di cannone. Era il nipote del viceré di Napoli e cugino dell’arcivescovo di Bari. Finì anche derubato da un fante, dell’orologio, della tabacchiera, della borsa dei soldi, dell’anello e persino del cavallo di cui s’era prima impadronito il villano.
Carmen – Una fine peggiore toccò ad un barone boemo, ricchissimo e nobilissimo, colpito al ginocchio presso San Leone. Un contadino, che dal berretto bianco si giudicò poi essere di un paese vicino, forse Giovinazzo, non contento del molto denaro offerto dal barone in cerca d’aiuto, volle anche i suoi stivali che strappò via barbaramente, con tutta la gamba ferita!
La guerra sembra voler spingere gli uomini a conoscere quanto in basso possono arrivare.

Fine seconda parte

*****

Inizio terza parte

Carmen – Ascoltate. Ascoltate bitontini con orecchie pazienti, della battaglia che ci ha dato finalmente un re nostro e un’antica corona ad un giovane di soli 17 anni.
Abate – Ascoltate dalla bocca di chi ha visto. Io son Giovan Battista Dello Iacono. Abate!
Carmen – Fu stupido orgoglio la ragione della sconfitta… Calava da Andria una grande moltitudine di cavalleria spagnola pronta a circondare San Leo. Il terrore colse i giovani fanti tedeschi dell’ala destra, che avevano appena perso il loro comandante. L’altro comandante della cavalleria tedesca chiese al principe di Belmonte, di mandare all’attacco i suoi cavalli riposati, contro quelli spagnoli, appena arrivati e fiaccati dalla lunga marcia, così da dare aiuto a quei fanti a San Leo…
Stizzito dall’avviso, l’orgoglioso e codardo Belmonte fuggì a Bari…
Quei poveri fanti in fuga si precipitarono per il vallone dove in molti morirono calpestati e disossati dai loro stessi cavalli. I pochi sopravvissuti furono colpiti da una forte scarica di fuoco spagnolo, a cui però risposero valorosamente…
Il forte rimbombo echeggiò per tutta la Lama…
Poi solo fuga e resa. E mentre i tedeschi, rifugiatisi in città con la cassa militare, serravano la porta Baresana con monti di terra, sacchi di farina e carri, i loro camerati, rimasti fuori, invocavano di poter entrare…
Erano le 17.
Era la resa!
Abate – Dopo aver assistito tutto quel giorno ad atroci morti, adesso toccava alla nostra città sopportare l’assedio. Bitontini avevano già perso la vita, colpiti da una palla in viso o in petto.
Carmen – Ora Montemar, fatto piazzare il cannone avanti alla cisterna pubblica, la pescara, iniziò a colpire la porta Baresana…
I suoi uomini, trincerati dietro i parieti degli orti, i conventi e il casino Planelli, bersagliavano incessantemente i tedeschi, che rispondevano con vigore al fuoco, dai tetti, dalle muraglie e dalle finestre.
Abate – Questo fatto durò a lungo e gettò nel terrore noi poveri cittadini, costretti a scendere nei sottani delle nostre case per non essere feriti dalle palle che piovevano come grandine.
A mezzanotte furono spediti due ufficiali con fanti, servi e tamburi a capitolare. La capitolazione, che proposero, non fu da noi conosciuta, perché durò fino alle tre e ognuno se ne stava chiuso in casa, per il pericolo di essere ammazzato come spia dalle sentinelle, seminate per le strade… I tedeschi non si curarono di intercedere per noi, né, nessuno, del nostro governo, chiese di patteggiare per la città. Perciò il Generale, molto irritato e offeso, ordinò di far dare Bitonto a sangue e fuoco per tre ore, così la soldatesca si mise in grande allegria.
Carmen – Tutta la notte aspettaste e pregaste, nel terrore di essere saccheggiati e uccisi il giorno dopo.
Abate – La mattina arrivò. Io e la mia famiglia stemmo a guardare l’evacuazione da casa che ora è dei Gentile, sopra la muraglia della porta, detta Robustina.
I tedeschi sfilavano con le mani incrociate come dei novizi cappuccini, ben custoditi in mezzo agli spagnoli schierati.
Gli ufficiali tedeschi uscirono, invece, salutati con gentilezza senza esser perquisiti e con tutto il loro bagaglio, i servi al seguito e, poi sapemmo, l’intero contenuto della cassa militare promessa agli spagnoli!
Sfilò anche quel villanaccio del provveditore generale, che domenica m’aveva tanto straziato e messo in pericolo di vita con l’ordine di macellare le mie vacche, ed io, augurandogli il buon viaggio, per beffa gli chiesi se voleva ancora le mie vacche.
Carmen – Fu una bella rivincita, Abate!
Abate – Effimera. Perché le dovetti macellar comunque per gli spagnoli e ne ricavai ben poco. Ci fu chi ebbe sorte peggiore…

Mentre i tedeschi uscivano, dalla porta Robustina, entrò un comandante spagnolo affamato ed esausto, chiedendo, come tanti quel giorno, acqua e un po’ di pane per carità, offrendosi di pagare qualsiasi cifra.
Carmen – Una povera donna, preso il denaro, fece, poco dopo, ritorno con un pezzo di pane crudo, nero e duro, una caraffa d’acqua sporca e sbeccata e un pentolino annerito con dentro due uova fritte, in olio bruciato, che avrebbero disgustato un cane.
Abate – Ma l’ufficiale riversò la padelluccia sulla giamberga gallonata in argento e trangugiò, quel poco cibo, come se non ne avesse mai assaggiato di più gustoso, senza badare all’unto che colava lungo la sella riccamente decorata.
Carmen – Alla fine anche i signori del governo decisero di recarsi all’accampamento a consegnare le chiavi della città e a giurare obbedienza al nuovo re Carlo e al Generale, che con qualche rimprovero li ricevette. Montemar, quella stessa mattina, revocò l’ordine di saccheggiare la città e fece distribuire paga doppia ai soldati, delusi dal repentino cambiamento d’ordine.
In tale occasione si dice essere apparsa agli occhi del Generale e dei suoi ufficiali la Santa Vergine, avvertendo Montemar di non oltraggiare la città, poiché era sotto la sua protezione e i cittadini erano suoi figli.

Abate, era la Vergine che vi aveva protetti tre anni prima dal mortale terremoto, che aveva devastato, invece, i paesi vicini? Fu lei ad essere da voi invocata? Mi dica gentile Abate ha prove certe di questo miracolo che da quasi tre secoli si tramanda?
Abate – Prove non ne ho. Solo fede autentica di un soldato spagnolo testimone dell’apparizione, avvenuta all’alba, poco prima del sacco, e venerazione dei bitontini alla Vergine Immacolata.
Poi, i giorni seguenti si dedicarono a seppellire i morti e curare i tanti feriti.
Forse duemila i soldati spagnoli morti, circa mille i tedeschi. Se ne riempì il cimitero della Chinisa ed altri conventi. I corpi venivano trasportati alla rinfusa sui carri, come pezzi di legna, gli spiranti con gli spirati, dell’uno e dell’altro esercito. Gli atti di carità dei cittadini verso quei poveri feriti furono tanti. Si allestì un ospedale, presso San Francesco della scarpa, che durò molti mesi e vide nostri medici e religiosi accanto a quelli dei reggimenti. Molti, come la nostra famiglia, donarono materassi, bende e il necessario. Molte furono le perdite, ma più grande fu la gratitudine per il pericolo scampato e il dono della vita!
Carmen – Grazie infinite gentile e saggio Abate. Mi ha mostrato cos’è la guerra. La morte di molti per il potere di pochi.

Fine

Foto da BITONTO

Carmen Rucci

Metà Pugliese e metà Siciliana. Scrittrice, avvocato, critico televisivo per NHK World e soprattutto autrice di Tutto In Un Anno, romanzo contemporaneo e divertente ambientato sulla magica Isola di Man.

ItalyEnglish