BEGIN TYPING YOUR SEARCH ABOVE AND PRESS RETURN TO SEARCH. PRESS ESC TO CANCEL

Un sorso di Giappone

 

Ruriko Omuro è di una tenerezza incredibile. La incontro nello spazio dietro il palco, piccolo e affollatissimo di artisti provenienti da ogni parte del mondo. Un danzatore turco si spoglia dopo aver girato ininterrottamente su se stesso e sullo stesso palco, mentre danzatrici sinuose provano le ultime ondulate movenze prima del loro spettacolo.

Sumimasen – e il volto un po’ sorpreso di Ruriko mi fissa e già sorride – posso intervistarla in occasione del 150° anniversario dei rapporti Italia – Giappone?”

Ruriko docilmente e inclinando delicatamente il capo acconsente e, poveretta, si lascia trascinare da me, una perfetta sconosciuta un po’ distante da uno dei tre vitalissimi palchi del Festival d’Oriente.

“Ruriko come ti sei avvicinata al nostro paese? Raccontaci la tua prima esperienza con la nostra cultura e cosa ti ha spinto ad approfondirla?”

Ruriko ripete a se stessa la domanda forse un po’ per riorganizzare i suoi molti ricordi, per poi immergersi nel racconto, il suo, fatto di un’iniziale curiosità generica, da semplice turista e soprattutto amante della lirica…

“Per cui venivo in Italia, ogni tanto, per seguire gli spettacoli a teatro. Allora non esisteva il Freccia Rossa, ma solo l’Intercity e lì, tutti seduti, era più facile scambiare un po’ di chiacchiere con le persone.

Io ho girato tutta Europa e ho comunicato sempre in inglese e il discorso proseguiva tranquillamente. In Italia appena aggiungevo qualche parola in italiano come ‘ciao’ c’era una grande emozione. Erano tutti contenti. Questo calore mi è piaciuto molto e, a questo punto, ho deciso di studiare un po’ l’italiano. Così piano pianino l’ho migliorato e ho deciso di venire in Italia e da allora vivo a Milano.”

Ruriko, fra qualche minuto dovrà nuovamente esibirsi nella spiegazione dell’antichissima cerimonia del tè, indossa un bellissimo kimono blu oltremare, la pettinatura tradizionale è arricchita da un ramo di glicine che ora sfiora il volto mentre pensa agli anni passati. Le chiedo quanti siano e cosa è cambiato dalla sua prima impressione. E lei, chiedendo quasi aiuto alla sua mano, che, per un istante, sorregge il volto…

“Quindici anni, sono quindici anni quasi… Quando pensiamo all’Italia abbiamo un immagine… ‘Ciao Bella’ – Scoppiamo a ridere e mi dico, ecco il solito problema con i cascamorti – Poi si mangia bene, tutti sono affettuosi. Successivamente, andando spesso a Napoli, ho scoperto che nord e sud sono molto diversi nei comportamenti. A Bari è la prima volta. Bello!”

Ora la curiosità si fa strada: sarà stato uno di quei ‘Ciao bella’ a legarla al nostro paese?

“Ruriko posso chiederle se è sposata ad un italiano?”

“Sì, mio marito è italiano, ma non è un tipo ‘Ciao bella’. No no. Lui no”

Sembra mi abbia letto nel pensiero. Ridiamo ancora, ma sento che non è delicato costringerla ad approfondire e mi mantengo sul generico e le chiedo un po’ le differenze fra italiani e giapponesi.

“Abbiamo un livello della pazienza molto diverso. Voi italiani , in generale, avete molta pazienza per creare un rapporto e riuscite a perdonare gli altri per piccoli errori. Siete molto generosi.

Noi giapponesi siamo più deboli, sentiamo più il dolore e se una persona ci fa male, pian pianino ci allontaniamo. Sul lavoro abbiamo molta pazienza, ma negli aspetti personali… in certi casi… ad un certo punto… non ce la facciamo più.”

Ridiamo ancora, mentre un gruppetto di curiosi ci osserva e pazientemente aspetta la fine dell’intervista per chiedere a Ruriko di posare con loro per una foto. Ho il tempo di un’ultima domanda, che riassuma un po’ il senso della vita e del tutto…

Non mi viene.

Così chiedo una domanda a piacere, anche sui 150 anni Italia-Giappone. Una domanda alla Marzullo.

“150 anni sono veramente tanti. In Giappone la gente indossava i kimono, non c’era stata la guerra, gli aeri non volavano ancora, però tutto questo mi fa pensare che, alla fine, non siamo così cambiati. L’umanità non è cambiata. La cosa essenziale è che siamo rimasti uguali. Italiani e giapponesi, tutti abbiamo lati belli e negativi, certo diversi, ma sono tutti aspetti veramente preziosi.”

“Che bello Ruriko!” L’esclamazione viene fuori spontanea. La saluto e da lontano la osservo mentre con la stessa gentilezza accetta di posare per delle foto.

 

 

Breve storia della cerimonia del tè

La Cerimonia del tè è una pratica spirituale, oltre ad essere un rito sociale praticato in Giappone, indicato anche come Chado o Sado (“Via del tè”). È una delle arti tradizionali zen più note fin dal XVI secolo. Muta col variare delle stagioni: cambiano l’arredamento della sala, i fiori seguiranno il variare del clima, così come i wagashi, i dolci che accompagnano il sorseggiare della bevanda fatta semplicemente di matcha polvere ricavata dai germogli di tè

Carmen Rucci

Metà Pugliese e metà Siciliana. Scrittrice, avvocato, critico televisivo per NHK World e soprattutto autrice di Tutto In Un Anno, romanzo contemporaneo e divertente ambientato sulla magica Isola di Man.

ItalyEnglish