BEGIN TYPING YOUR SEARCH ABOVE AND PRESS RETURN TO SEARCH. PRESS ESC TO CANCEL

Hai visto il Papa in Giappone?

E così ieri sono andata a vedere il Papa in Giappone… e sono arrivata in ritardo.

Non molto professionale se fossi una giornalista professionista e d’assalto.

Chi mi conosce sa che sono piuttosto un topolino di biblioteca che ogni tanto mette il muso fuori solo per via di un istinto irrefrenabile. Così è stato per il Papa in Giappone: “Lo sai che arriva il Papa in Giappone?”; “Lo sai che il Papa è stato a Nagasaki per chiarire la sua contrarietà alla guerra!”;  “C’eri alla grande messa del Papa al Tokyo Dome? (stadio e tempio del baseball, dove si organizzano concerti e grandi partite)”

A tutte queste domande la mia faccia perplessa era piuttosto chiara.  Fino a che ieri due signore peruviane, trapiantate da più di trent’anni in Giappone, scoppiando in una grande risata, hanno letto ad alta voce la mia faccia: “E certo tu sei italiana, il Papa lo puoi vedere sempre!”

È così, noi italiani diamo per scontato il Papa, sappiamo che è lì a Roma e possiamo andarlo a trovare in qualunque momento, ma quanti di noi poi lo fanno veramente?

Ho visto questo Papa due volte all’Angelus. Ad essere sinceri io e mio marito stavamo fissando da una decina di minuti la finestra sbagliata, quella, secondo me, architettonicamente più giusta, quando abbiano notato che una piccola folla guardava verso un’altra finestra, più semplice, da dove, da lì a poco, si è affacciato Francesco. Per aspettare e darlo per scontato mi sono persa il grande Giovanni Paolo II, persino quando è stato lui a venire nel mio minuscolo paese: Bitonto. Ero allora una bimba con una mamma spaventata dalla folla.

Per aspettare ho perso anche altre occasioni importanti. Ma qui dal Giappone voglio iniziare a essere più veloce e attenta, come questa folla di 50 mila persone stipate nel Dome; essere come un animale selvatico, sempre con le orecchie all’erta e pronte a percepire i segnali per agire di conseguenza.

Così ho subito pensato di intervistare chi aveva preso la palla al balzo, un po’ come Maria, rispetto alla Marta del vangelo.  Ho ammirato questa donna peruviana che toccava sua santità di cartone e chiedeva all’amica Lozada, venuta apposta dalla lontana Okinawa, di farle la foto.  Erano riuscite a intravederlo passare in auto. Molti infatti non sono potuti entrare nello stadio. Lozada e la sua amica erano comunque entusiaste di questo viaggio fuori programma per trovare il Papa venuto proprio dalle loro terre sudamericane. Mentre ci salutavamo e scambiavamo foto, finalmente, dopo tre mesi, ho sentito le campane che chiamavano alla messa, che da anni in realtà non frequento e ho deciso di parteciparvi, pur capendo poco. La mia mente è tornata alle messe inglesi e manx, al come le nostre cerimonie sono più malinconiche delle celebrazioni festose e allegre della religione Shinto. Maraini Fosco, padre di Dacia, coglie a pieno e descrive così bene la gioia che caratterizza la religiosità giapponese e da me toccata con mano da ultimo nella storica Nikko, proprio mentre Francesco era a Tokyo.

Ho notato l’assenza di una croce ben visibile e di un cristo ferito e sofferente. Su una croce accennata, invece, l’immagine di Gesù sembrava fluttuare serena come un Buddha, mentre gli inchini si moltiplicavano ad ogni inchino del prete. Alla mia richiesta di intervistare il parroco, dopo una certa consultazione e richiesta del mio bigliettino da visita (fondamentale strumento di prima conoscenza in Giappone, che non ho), con molta solennità il prete è uscito dalla sacrestia per parlarmi, ma dopo un primo imbarazzo, il ghiaccio si è rotto e mi ha raccontato la grande felicità della sua comunità (estratto intervista).

Intanto un gruppetto di signore belle cariche e allegre scatta foto vicino alla reliquia di Sant’Ignazio, santo cui è dedicata la chiesa e con i trolley si prepara a tornare in lontane zone del Giappone.

Decido di fare una capatina nella vicina Sophia University, dove il Papa ha appena parlato. L’università è ricca e vivace. Come studierebbero meglio i ragazzi pugliesi, con una così bella università con schermi, tante aule e luoghi dove fare una pausa, oltre a bellezza e possibilità di confrontarsi con grandi personaggi internazionali, come Francesco oggi e il segretario generale dell’ONU qualche mese fa.

C’è una mostra fotografica di un marine che ha immortalato i giorni immediatamente successivi ai due bombardamenti atomici.

Una foto di un bel bimbo addormentato dietro le spalle del fratellino più grande ritto e composto in attesa di qualcosa mi colpisce. Leggo la didascalia e capisco che è in fila per poter cremare il suo fratellino che abbandonato sulle sue spalle non sta dormendo come avevo pensato.

Il mio programma di visite prevedeva originariamente il santuario di Yasukuni, luogo, come dice Maraini, molto discusso perché custodisce le anime dei morti di tutte le guerre, anche quelle che sono state giudicate carnefici di guerra. Il tempio si sta rinnovando perché quest’anno si festeggiano i 150 anni dalla sua edificazione. Qui Fosco e l’amico Giorgio ritrovano un loro aguzzino, ormai zoppo e mendicante. Era stato il più umano o il meno peggio fra i poliziotti. Erano passati poco meno di otto anni dalla loro prigionia nel campo, ma Maraini e il suo amico di sventura si svuotano le tasche sentendosi quasi colpevoli per aver augurato tante disgrazie ai loro carnefici. La folla poi li trascina via, all’interno, dove oggi, oltre ad un bel giardino, c’è un museo con aerei, treni e ricordi di guerra, ma anche statue in memoria dei piccioni viaggiatori, dei cani e dei cavalli che hanno perso la vita in guerra. Ripenso alla foto del bimbo per sempre addormentato e prego che queste cose non accadano mai più.

Carmen Rucci dal Giappone

Tokyo 27 novembre 2019

Foto del Papa al Tokyo dome  e dei due bimbi dal web

 

Carmen Rucci

Metà Pugliese e metà Siciliana. Scrittrice, avvocato, critico televisivo per NHK World e soprattutto autrice di Tutto In Un Anno, romanzo contemporaneo e divertente ambientato sulla magica Isola di Man.

ItalyEnglish